Marco Pezzuto
Marco Pezzuto è uno dei volti più autentici della nuova generazione del Roero, la terra di colline sabbiose sulla riva sinistra del Tanaro, di fronte alle Langhe. Cresciuto qui, si è innamorato della vigna da ragazzino, ha frequentato la scuola enologica, e dal 2006 ha cominciato a lavorare tra i filari e nelle cantine della zona, tra cui quella dell’amico Federico, di Giovanni Almondo, uno dei nomi storici del Roero. Anni in cui ha visto da vicino tanti stili diversi, e in cui ha capito una cosa: per troppo tempo il Roero ha cercato di imitare le Langhe, quando invece il suo valore sta proprio nella sua diversità, in una finezza e una bevibilità che qui vengono naturali.
A cambiare il suo sguardo sono state le api: nel 2017 Marco ha cominciato a dedicarsi all’apicoltura, e osservare gli alveari gli ha insegnato a leggere l’equilibrio della vigna in un altro modo, più rispettoso e attento. Nel 2018 ha piantato la sua prima vigna di Nebbiolo a Vezza d’Alba, e nel 2021 ne è uscito il primo vino; poi, parcella dopo parcella, ha preso in affitto altre vigne, fino a una vecchia vigna con impianti del 1950 e del 1980, che dona ai suoi vini la complessità che solo le piante antiche sanno dare. I suoli sono quelli tipici del Roero, sabbie profonde di origine marina su calcare, così ricche di fossili che, lavorando tra i filari, Marco trova decine di ricci di mare a ogni metro. Vinifica nella piccola cantina che ha ricavato sotto la casa del nonno, con interventi ridotti al minimo.
La sua gamma racconta il Roero in tutte le sue voci: il Garbín, un Langhe Nebbiolo fresco e senza legno, pensato per la tavola di tutti i giorni; il Ciafré, il Roero da vecchie vigne sulla collina che un tempo era dedicata a San Chiaffredo; il Brighéla, Arneis di grande finezza; e un rosato in cui compare persino il Bragat, un vitigno piemontese quasi scomparso. Anche le etichette parlano della sua terra: il riccio di mare fossile e un suonatore di fisarmonica, omaggio alla musica popolare contadina che Marco porta ancora tra i filari, cantando con gli amici come faceva suo nonno.
Ne nascono vini complessi senza essere complicati, come dice lui stesso: sinceri, fini, profumati, con la leggerezza e la sapidità delle sabbie del Roero. Il Roero raccontato per quello che è, da uno dei suoi giovani vignaioli più talentuosi.
Marco Pezzuto è uno dei volti più autentici della nuova generazione del Roero, la terra di colline sabbiose sulla riva sinistra del Tanaro, di fronte alle Langhe. Cresciuto qui, si è innamorato della vigna da ragazzino, ha frequentato la scuola enologica, e dal 2006 ha cominciato a lavorare tra i filari e nelle cantine della zona, tra cui quella dell’amico Federico, di Giovanni Almondo, uno dei nomi storici del Roero. Anni in cui ha visto da vicino tanti stili diversi, e in cui ha capito una cosa: per troppo tempo il Roero ha cercato di imitare le Langhe, quando invece il suo valore sta proprio nella sua diversità, in una finezza e una bevibilità che qui vengono naturali.
A cambiare il suo sguardo sono state le api: nel 2017 Marco ha cominciato a dedicarsi all’apicoltura, e osservare gli alveari gli ha insegnato a leggere l’equilibrio della vigna in un altro modo, più rispettoso e attento. Nel 2018 ha piantato la sua prima vigna di Nebbiolo a Vezza d’Alba, e nel 2021 ne è uscito il primo vino; poi, parcella dopo parcella, ha preso in affitto altre vigne, fino a una vecchia vigna con impianti del 1950 e del 1980, che dona ai suoi vini la complessità che solo le piante antiche sanno dare. I suoli sono quelli tipici del Roero, sabbie profonde di origine marina su calcare, così ricche di fossili che, lavorando tra i filari, Marco trova decine di ricci di mare a ogni metro. Vinifica nella piccola cantina che ha ricavato sotto la casa del nonno, con interventi ridotti al minimo.
La sua gamma racconta il Roero in tutte le sue voci: il Garbín, un Langhe Nebbiolo fresco e senza legno, pensato per la tavola di tutti i giorni; il Ciafré, il Roero da vecchie vigne sulla collina che un tempo era dedicata a San Chiaffredo; il Brighéla, Arneis di grande finezza; e un rosato in cui compare persino il Bragat, un vitigno piemontese quasi scomparso. Anche le etichette parlano della sua terra: il riccio di mare fossile e un suonatore di fisarmonica, omaggio alla musica popolare contadina che Marco porta ancora tra i filari, cantando con gli amici come faceva suo nonno.
Ne nascono vini complessi senza essere complicati, come dice lui stesso: sinceri, fini, profumati, con la leggerezza e la sapidità delle sabbie del Roero. Il Roero raccontato per quello che è, da uno dei suoi giovani vignaioli più talentuosi.