Coulée de Serrant - Nicolas Joly

 

Il Clos de la Coulée de Serrant è uno dei luoghi sacri del vino mondiale: un vigneto di 7 ettari piantato nel 1130 dai monaci cistercensi e coltivato ininterrottamente da quasi novecento anni, sui pendii ripidissimi di scisti e quarzo che precipitano verso la riva destra della Loira, a Savennières, nel cuore dell'Anjou. Un luogo così unico che la Francia gli ha riconosciuto una denominazione tutta per sé, in monopolio: la Savennières Coulée de Serrant AOC, privilegio che condivide soltanto con miti assoluti come Romanée-Conti, La Tâche e Château-Grillet. Curnonsky, il principe dei gastronomi, lo inseriva tra i cinque più grandi vini bianchi di Francia.

Il suo custode è Nicolas Joly, una delle figure più influenti e visionarie della storia recente del vino. Dopo gli studi alla Columbia University e una carriera da banchiere alla JP Morgan tra New York e Londra, nel 1977 torna al villaggio natale per occuparsi della proprietà di famiglia. Il resto è storia: nel 1980 converte il vigneto alla biodinamica, tra i primissimi al mondo, ottenendo la certificazione nel 1985, e diventa il profeta mondiale del pensiero di Rudolf Steiner applicato alla vite, autore di libri fondamentali e fondatore della Renaissance des Appellations, il movimento che riunisce i grandi vignaioli biodinamici del pianeta. Oggi al suo fianco c'è la figlia Virginie Joly, che guida la tenuta con la stessa visione.

La Coulée de Serrant non è un'azienda agricola: è un organismo vivente. Tra i filari brucano le pecore, razzolano le galline, lavorano i cavalli; i boschi circondano le vigne, le tisane di piante sostituiscono la chimica, e ogni gesto segue i ritmi della natura. Lo Chenin Blanc, da vigne che arrivano a 80 anni, viene raccolto con vendemmie semi-tardive in più passaggi successivi, con una quota di botrite nobile e rese bassissime. In cantina l'intervento è ridotto a nulla: pressatura soffice, fermentazioni spontanee in botti da 500 litri, affinamento sulle fecce fini, solforosa minima.

Ne nascono bianchi potenti, profondi e in perenne metamorfosi, capaci di attraversare i decenni: vini che si aprono lentamente nel bicchiere, tra scisto, agrumi, frutta candita, miele e spezie, e che vanno degustati con calma, possibilmente in caraffa. Più che bottiglie, testimonianze: novecento anni di storia e la visione di un uomo che ha cambiato il modo di pensare il vino.

 

Il Clos de la Coulée de Serrant è uno dei luoghi sacri del vino mondiale: un vigneto di 7 ettari piantato nel 1130 dai monaci cistercensi e coltivato ininterrottamente da quasi novecento anni, sui pendii ripidissimi di scisti e quarzo che precipitano verso la riva destra della Loira, a Savennières, nel cuore dell'Anjou. Un luogo così unico che la Francia gli ha riconosciuto una denominazione tutta per sé, in monopolio: la Savennières Coulée de Serrant AOC, privilegio che condivide soltanto con miti assoluti come Romanée-Conti, La Tâche e Château-Grillet. Curnonsky, il principe dei gastronomi, lo inseriva tra i cinque più grandi vini bianchi di Francia.

Il suo custode è Nicolas Joly, una delle figure più influenti e visionarie della storia recente del vino. Dopo gli studi alla Columbia University e una carriera da banchiere alla JP Morgan tra New York e Londra, nel 1977 torna al villaggio natale per occuparsi della proprietà di famiglia. Il resto è storia: nel 1980 converte il vigneto alla biodinamica, tra i primissimi al mondo, ottenendo la certificazione nel 1985, e diventa il profeta mondiale del pensiero di Rudolf Steiner applicato alla vite, autore di libri fondamentali e fondatore della Renaissance des Appellations, il movimento che riunisce i grandi vignaioli biodinamici del pianeta. Oggi al suo fianco c'è la figlia Virginie Joly, che guida la tenuta con la stessa visione.

La Coulée de Serrant non è un'azienda agricola: è un organismo vivente. Tra i filari brucano le pecore, razzolano le galline, lavorano i cavalli; i boschi circondano le vigne, le tisane di piante sostituiscono la chimica, e ogni gesto segue i ritmi della natura. Lo Chenin Blanc, da vigne che arrivano a 80 anni, viene raccolto con vendemmie semi-tardive in più passaggi successivi, con una quota di botrite nobile e rese bassissime. In cantina l'intervento è ridotto a nulla: pressatura soffice, fermentazioni spontanee in botti da 500 litri, affinamento sulle fecce fini, solforosa minima.

Ne nascono bianchi potenti, profondi e in perenne metamorfosi, capaci di attraversare i decenni: vini che si aprono lentamente nel bicchiere, tra scisto, agrumi, frutta candita, miele e spezie, e che vanno degustati con calma, possibilmente in caraffa. Più che bottiglie, testimonianze: novecento anni di storia e la visione di un uomo che ha cambiato il modo di pensare il vino.

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