PIWI è un acronimo tedesco, pilzwiderstandsfähig, resistente ai funghi, che racchiude una delle idee più radicali della viticoltura contemporanea: costruire una vite che non ha bisogno di essere difesa con i pesticidi, perché porta la resistenza scritta nel DNA. Non è un'utopia recente. La storia comincia nella seconda metà dell'Ottocento, quando la fillossera e le malattie fungine, peronospora e oidio, devastarono i vigneti europei. La risposta fu l'ibridazione: incrociare la Vitis vinifera europea con varietà americane e asiatiche naturalmente resistenti, selezionare le piante migliori, ricominciare. Un processo lungo, mediamente 10-15 anni per ogni nuova varietà, che nel corso del Novecento ha prodotto vitigni capaci di crescere sani con pochissimi trattamenti, spesso zero. Oggi i PIWI arrivano a coprire fino al 95-98% di patrimonio genetico di Vitis vinifera, rendendoli praticamente indistinguibili in termini qualitativi dai vitigni tradizionali.
Il paradosso dei PIWI è che, nati per risolvere un problema agronomico, sono diventati una risposta culturale. Chi li coltiva non lo fa perché è più facile, è comunque viticoltura attenta, manuale, rispettosa del suolo, ma perché crede che il futuro del vino debba passare da qui: meno chimica, meno trattori, vigne più vive ed ecosistemi più sani. Le varietà che seleziono, Solaris, Bronner, Souvignier Gris e altre, nascono da produttori che lavorano in biologico su suoli di montagna o di pianura, con fermentazioni spontanee e interventi minimi in cantina. Vini che esprimono il terroir con la stessa precisione di qualsiasi grande vitigno autoctono, senza che la vite abbia dovuto essere salvata a forza di trattamenti.
PIWI è un acronimo tedesco, pilzwiderstandsfähig, resistente ai funghi, che racchiude una delle idee più radicali della viticoltura contemporanea: costruire una vite che non ha bisogno di essere difesa con i pesticidi, perché porta la resistenza scritta nel DNA. Non è un'utopia recente. La storia comincia nella seconda metà dell'Ottocento, quando la fillossera e le malattie fungine, peronospora e oidio, devastarono i vigneti europei. La risposta fu l'ibridazione: incrociare la Vitis vinifera europea con varietà americane e asiatiche naturalmente resistenti, selezionare le piante migliori, ricominciare. Un processo lungo, mediamente 10-15 anni per ogni nuova varietà, che nel corso del Novecento ha prodotto vitigni capaci di crescere sani con pochissimi trattamenti, spesso zero. Oggi i PIWI arrivano a coprire fino al 95-98% di patrimonio genetico di Vitis vinifera, rendendoli praticamente indistinguibili in termini qualitativi dai vitigni tradizionali.
Il paradosso dei PIWI è che, nati per risolvere un problema agronomico, sono diventati una risposta culturale. Chi li coltiva non lo fa perché è più facile, è comunque viticoltura attenta, manuale, rispettosa del suolo, ma perché crede che il futuro del vino debba passare da qui: meno chimica, meno trattori, vigne più vive ed ecosistemi più sani. Le varietà che seleziono, Solaris, Bronner, Souvignier Gris e altre, nascono da produttori che lavorano in biologico su suoli di montagna o di pianura, con fermentazioni spontanee e interventi minimi in cantina. Vini che esprimono il terroir con la stessa precisione di qualsiasi grande vitigno autoctono, senza che la vite abbia dovuto essere salvata a forza di trattamenti.