Maison Maenad

Maison Maenad è uno dei progetti più affascinanti e radicali della nuova generazione di vignaioli del Jura, fondato dalla canadese Katie Worobeck. Il nome richiama le Menadi, le seguaci di Dioniso che nei riti antichi si abbandonavano al vino e alla danza estatica: una dichiarazione di intenti per vini vivi e liberi.

La storia di Katie è quella di una vocazione costruita passo dopo passo. Originaria di Ottawa, dopo un master in Economia Politica Internazionale all'Università di Toronto e un viaggio WWOOF tra Francia, Italia, Croazia e Turchia che le accende la passione per la terra e il vino, lavora per quattro anni alla Norman Hardie Winery in Ontario, fino a diventare assistente enologa, poi fa una vendemmia in Sudafrica. Nel 2017 arriva il momento che cambia tutto: viene invitata a fare uno stage da Jean-François e Anne Ganevat, leggende assolute del vino naturale del Jura, e ci resta cinque anni — "preferivo fare l'asinello in vigna da Ganevat che la responsabile altrove a fare vini in cui non credo", ha raccontato. Da loro impara la cura maniacale del dettaglio, la finezza, la generosità.

Dal 2022 Katie si è messa in proprio, stabilendosi nel villaggio di Orbagna, nel Sud Revermont. Oggi coltiva circa tre ettari di vecchie vigne su argilla rossa, calcare e marna, in un angolo appartato e bucolico circondato dai boschi sulle colline sopra Grusse, dove sono presenti tutte e cinque le varietà classiche del Jura — Chardonnay, Savagnin, Trousseau, Poulsard e Pinot Noir — insieme a un po' di Gamay e a vecchi ibridi a piede franco piantati negli anni '20. Il suo approccio è quello di lavorare al fianco della natura: agricoltura biologica e biodinamica, con un'attenzione totale alla salute del suolo, alla biodiversità, al ritmo delle stagioni. Ha cominciato a piantare alberi e arbusti tra i filari e sogna di reintrodurre animali tra le parcelle, per creare un vero ecosistema.

I vini nascono in una vecchia cantina sotto casa sua, dove ogni gesto è curato con dedizione: pressatura manuale, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, élevage in vecchie botti di varie dimensioni, movimenti per gravità, nessun additivo, nessun solfito aggiunto, imbottigliamento senza filtrazione. Come il suo maestro Ganevat, Katie non usa zolfo. Il risultato sono vini di una delicatezza, fragranza e bellezza commoventi anche nel contesto del Jura: precisi, delicati, a tratti un po' selvaggi, sempre sinceri. Cuvée rare e confidenziali, note come De L'Avant (Chardonnay da vigne di quarant'anni a Les Varrons) e Les Oubliés, già ricercatissime in tutto il mondo. Le due grandi speranze di Katie, nelle sue parole, sono semplici e profonde: "fare qualcosa di bello e fare vini di integrità". Una delle voci più promettenti del Jura di oggi.

Maison Maenad è uno dei progetti più affascinanti e radicali della nuova generazione di vignaioli del Jura, fondato dalla canadese Katie Worobeck. Il nome richiama le Menadi, le seguaci di Dioniso che nei riti antichi si abbandonavano al vino e alla danza estatica: una dichiarazione di intenti per vini vivi e liberi.

La storia di Katie è quella di una vocazione costruita passo dopo passo. Originaria di Ottawa, dopo un master in Economia Politica Internazionale all'Università di Toronto e un viaggio WWOOF tra Francia, Italia, Croazia e Turchia che le accende la passione per la terra e il vino, lavora per quattro anni alla Norman Hardie Winery in Ontario, fino a diventare assistente enologa, poi fa una vendemmia in Sudafrica. Nel 2017 arriva il momento che cambia tutto: viene invitata a fare uno stage da Jean-François e Anne Ganevat, leggende assolute del vino naturale del Jura, e ci resta cinque anni — "preferivo fare l'asinello in vigna da Ganevat che la responsabile altrove a fare vini in cui non credo", ha raccontato. Da loro impara la cura maniacale del dettaglio, la finezza, la generosità.

Dal 2022 Katie si è messa in proprio, stabilendosi nel villaggio di Orbagna, nel Sud Revermont. Oggi coltiva circa tre ettari di vecchie vigne su argilla rossa, calcare e marna, in un angolo appartato e bucolico circondato dai boschi sulle colline sopra Grusse, dove sono presenti tutte e cinque le varietà classiche del Jura — Chardonnay, Savagnin, Trousseau, Poulsard e Pinot Noir — insieme a un po' di Gamay e a vecchi ibridi a piede franco piantati negli anni '20. Il suo approccio è quello di lavorare al fianco della natura: agricoltura biologica e biodinamica, con un'attenzione totale alla salute del suolo, alla biodiversità, al ritmo delle stagioni. Ha cominciato a piantare alberi e arbusti tra i filari e sogna di reintrodurre animali tra le parcelle, per creare un vero ecosistema.

I vini nascono in una vecchia cantina sotto casa sua, dove ogni gesto è curato con dedizione: pressatura manuale, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, élevage in vecchie botti di varie dimensioni, movimenti per gravità, nessun additivo, nessun solfito aggiunto, imbottigliamento senza filtrazione. Come il suo maestro Ganevat, Katie non usa zolfo. Il risultato sono vini di una delicatezza, fragranza e bellezza commoventi anche nel contesto del Jura: precisi, delicati, a tratti un po' selvaggi, sempre sinceri. Cuvée rare e confidenziali, note come De L'Avant (Chardonnay da vigne di quarant'anni a Les Varrons) e Les Oubliés, già ricercatissime in tutto il mondo. Le due grandi speranze di Katie, nelle sue parole, sono semplici e profonde: "fare qualcosa di bello e fare vini di integrità". Una delle voci più promettenti del Jura di oggi.

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