Stefano Porro aveva ventun anni quando si è trovato davanti a una scelta fuori scala: vendere un ettaro di vigna a Serralunga d’Alba per una cifra che sfiorava i tre milioni di euro oppure restare fedele alla terra di famiglia e provare a costruirle un futuro. All’epoca faceva l’elettricista, aveva uno stipendio sicuro e nessuna certezza sul vino. Ma quella vigna, ereditata dal nonno e custodita da generazioni, continuava a imporsi come una responsabilità prima ancora che come un’opportunità.
La decisione di non vendere non nasce da un romanticismo ingenuo. Nasce dalla consapevolezza che, se qualcuno era disposto a pagare così tanto per quel terreno, allora quel suolo aveva qualcosa di irripetibile. Stefano sceglie di ascoltarlo. Inizia così un percorso fatto di studio e confronto, di viaggi in Borgogna e nelle Langhe, di lavoro condiviso in cantina con altri giovani vignaioli, di errori e di pazienza.
Oggi in vigna lavorano insieme Stefano, suo padre e sua madre. Un’agricoltura attenta, manuale, rispettosa dei tempi naturali. In cantina l’approccio è coerente: fermentazioni spontanee, interventi ridotti al minimo, nessuna forzatura. La solforosa è utilizzata solo se necessario, esclusivamente in fase di imbottigliamento. L’obiettivo non è “fare stile”, ma accompagnare il vino senza snaturarlo.
Le prime bottiglie arrivano nel 2020. Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e successivamente Barolo. Produzioni limitate, numeri piccoli, un’identità che si definisce vendemmia dopo vendemmia. Stefano non cerca scorciatoie né crescita a tutti i costi. Non vuole diventare grande, vuole diventare preciso. Vuole che ogni bottiglia racconti la sua vigna e il suo nome senza compromessi.
Oggi dice che nemmeno il doppio di quella cifra iniziale lo farebbe cambiare idea. Perché ci sono scelte che, una volta fatte, diventano una direzione. E ci sono vini che valgono molto più del prezzo che qualcuno sarebbe disposto a pagare per la terra da cui nascono.
Stefano Porro aveva ventun anni quando si è trovato davanti a una scelta fuori scala: vendere un ettaro di vigna a Serralunga d’Alba per una cifra che sfiorava i tre milioni di euro oppure restare fedele alla terra di famiglia e provare a costruirle un futuro. All’epoca faceva l’elettricista, aveva uno stipendio sicuro e nessuna certezza sul vino. Ma quella vigna, ereditata dal nonno e custodita da generazioni, continuava a imporsi come una responsabilità prima ancora che come un’opportunità.
La decisione di non vendere non nasce da un romanticismo ingenuo. Nasce dalla consapevolezza che, se qualcuno era disposto a pagare così tanto per quel terreno, allora quel suolo aveva qualcosa di irripetibile. Stefano sceglie di ascoltarlo. Inizia così un percorso fatto di studio e confronto, di viaggi in Borgogna e nelle Langhe, di lavoro condiviso in cantina con altri giovani vignaioli, di errori e di pazienza.
Oggi in vigna lavorano insieme Stefano, suo padre e sua madre. Un’agricoltura attenta, manuale, rispettosa dei tempi naturali. In cantina l’approccio è coerente: fermentazioni spontanee, interventi ridotti al minimo, nessuna forzatura. La solforosa è utilizzata solo se necessario, esclusivamente in fase di imbottigliamento. L’obiettivo non è “fare stile”, ma accompagnare il vino senza snaturarlo.
Le prime bottiglie arrivano nel 2020. Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e successivamente Barolo. Produzioni limitate, numeri piccoli, un’identità che si definisce vendemmia dopo vendemmia. Stefano non cerca scorciatoie né crescita a tutti i costi. Non vuole diventare grande, vuole diventare preciso. Vuole che ogni bottiglia racconti la sua vigna e il suo nome senza compromessi.
Oggi dice che nemmeno il doppio di quella cifra iniziale lo farebbe cambiare idea. Perché ci sono scelte che, una volta fatte, diventano una direzione. E ci sono vini che valgono molto più del prezzo che qualcuno sarebbe disposto a pagare per la terra da cui nascono.